La legenda leggendaria dei libri miei, tuoi, suoi, nostri, vostri e loro - www.scrivo.too.it
Eccomi
Nome: Carlo Menzinger di Preussenthal
Da sempre la mia passione è per i libri che amo sia leggere, sia scrivere, e ne ho pubblicati ormai un discreto numero:
la raccolta di poesie “Viaggio intorno allo specchio”,
i romanzi “Il Colombo Divergente” (un'ucronia su Cristoforo Colombo),
“Giovanna e l’angelo” (un'ucronia su Giovanna d’Arco),
“Ansia Assassina” (un thriller surreale),
il romanzo breve “Se sarà maschio lo chiameremo Aida”, scritto assieme ad Andrea Didato e la storia in versi “Cybernetic Love”, scritta con Simonetta Bumbi, pubblicati entrambi nel volume "Parole nel web", che comprende anche un racconto che ho scritto con Sergio Calamandrei "Lei si sveglierà".
I miei lavori più importanti sono tutti editi da Liberodiscrivere Edizioni di Genova (www.liberodiscrivere.it).
Ho anche partecipato a numerose antologie di racconti e poesie e pubblicato su riviste e siti internet.
E oltre a scrivere?
Sono nato a Roma il 3 gennaio 1964 e lì mi sono laureato in Economia e Commercio. Vivo a Firenze, dove lavoro in banca. Attualmente mi occupo di finanza strutturata. In passato ho fatto un mucchio d'altre cose: marketing, sviluppo commerciale, accordi internazionali, decentramento amministrativo, analisi di mercato e private equity.
Sono sposato ed ho una figlia.
Il mio sito internet è www.scrivo.too.it
“Il mondo nuovo” di Aldous Huxley è un romanzo distopico del 1932 che descrive un mondo futuro particolarmente inquietante. Questo romanzo, assieme a “1984” di Orwell è forse la più importante distopia del XX secolo. Nella lettura c’è forse qualche passaggio un po’ datato, ma nel complesso si tratta di una storia ancora estremamente attuale.
A fronte del totale pessimismo orwelliano, Huxley dipinge un mondo all’apparenza felice, illusoriamente utopico.
Orwell nel 1948, appena uscito dall’esperienza nazista, immagina una società autoritaria e con pesanti meccanismi di controllo della popolazione e relativa repressione.
Huxley, all’alba dell’esperienza nazista, immagina un governo totalitario ma utopisticamente volto a “imporre la felicità” al popolo.
Nel “mondo nuovo” la vita di ciascuno è decisa e programmata fin dalla nascita. È stata abolita la famiglia (termini come “padre”, “madre”, “figlio” sono considerate parolacce, lo coccole materne sono viste come un’oscena perversione) e i bambini nascono in bottiglie (anticipando la fecondazione in vitro). Ciascuno è condizionato dalla nascita alla morte mediante una serie di messaggi ripetuti in sonno (tecnica definita “ipnopedia”), mediante i quali ciascuno impara a vivere secondo le regole proprie della casta cui appartiene. Il mondo è infatti diviso in classi, dove gli Alfa e i Beta sono destinati alle attività superiori, mentre i Delta, i Gamma e gli Epsilon, vengono tarati in modo da essere volutamente “inferiori”, resi cioè appositamente imperfetti, e poi condizionati in modo da amare la propria condizione di vita e di lavoro.
Il divertimento è un dovere sociale e la felicità “condizionata” il solo stato mentale possibile. Dove l’animo vacilla, interviene una droga, il soma, priva di effetti collaterali.
È un mondo "perfetto", questo di Huxley, dove ognuno è lieto della propria condizione sociale e della propria attività, dove nessuno di preoccupa del passato e del futuro. Perfetto, sì, ma artificiale. Un mondo in cui il controllo è nelle mani di pochissimi uomini, che decidono cosa sia bene e cosa sia male.
Si potrebbe pensare che Huxley, ad un certo punto della storia, ci mostri che il meccanismo s’inceppa e il popolo si ribella e riconquista la libertà di pensare e scegliere, ma non è così.
C’è un solo uomo, della casta superiore (gli unici capaci di un minimo di riflessione) che comincia a chiedersi se questa felicità sia veramente ciò che vuole e c’è un Selvaggio (un uomo venuto da una sorta di riserva, in cui vi sono ancora delle persone che vivono alla vecchia maniera) che viene portato nel mondo civile e che mostra di non capirlo e di non approvarlo, ma per il resto nulla muta veramente. Il meccanismo è ormai blindato. Per l’umanità pare non ci sia più scampo da questa gioia perenne e vuota, in cui l’arte, la filosofia, la riflessione, la storia e la religione non esistono più, in questo enorme circo vacuo, dove nessuno soffre e tutti stanno comodi.
Inutile il grido del Selvaggio “Ma io non ne voglio di comodità. Io voglio Dio, voglio la poesia, voglio il pericolo reale, voglio la libertà, voglio la bontà. Voglio il peccato.”
“Insomma” risponde il Governatore Mustafà Mond “voi reclamate il diritto di essere infelice.”
“Ebbene sì” risponde il Selvaggio “io reclamo il diritto di essere infelice.”
Ma questo diritto nel “mondo nuovo” non esiste più. Inutile ribellarsi. Nessun tentativo di cambiare il mondo può avere successo. “La civiltà non ha assolutamente bisogno di nobiltà e di eroismo” afferma Mustafa Mond.
Il Selvaggio però non si rassegna e continua a vivere a modo suo, leggendo, citando e imitando le opere di Shakespeare, apprese da un antico libro, forse una sola delle due copie rimaste (l’altra la possiede il Governatore supremo), poiché Shakespeare come tutti gli autori passati è ora proibito e le sue parole appassionate riescono solo a confondere e sconvolgere l’oggetto della sua passione. L’amore, infatti, non esiste più, c’è solo il sesso, praticato liberamente da tutti con chiunque voglia, fin da bambini, e la vita di coppia è guardata con profondo orrore.
Per quanto sia un mondo ancora assai diverso dal nostro, questo inizio del XXI secolo ricorda forse di più il mondo nuovo, che non l’inizio del secolo scorso per molti aspetti.
Nel “mondo nuovo”, per controllare meglio la popolazione questa viene resa il più possibile omogenea (anche mediante la manipolazione genetica), nel nostro tempo la globalizzazione ci porta ad agire e pensare tutti allo stesso modo, ad avere gli stessi desideri e a consumare gli stessi prodotti in ogni angolo del globo.
Nel mondo nuovo si inventano sempre giochi nuovi e nuovi divertimenti per distrarre le persone e nel nostro tempo… non è forse ormai lo stesso?
Nel capitolo 3 si legge una frase illuminante “Vi rendete conto della pazzia che rappresenta il permettere alla gente di fare dei giochi complicati che non aiutino in alcun modo il consumo?” Il divertimento serve non solo a distrarre e intrattenere la gente ma anche a far funzionare l’industria medesima.
Nel mondo nuovo la famiglia è considerata un’orrenda bizzaria animalesca, retaggio di un passato dimenticato, nel nostro mondo la famiglia si sta riducendo a piccoli nuclei nevrotici, emotivamente insufficienti a loro stessi.
Nel “mondo nuovo” tutti sono condizionati dai messaggi ipnopedici notturni, nel nostro tempo siamo condizionati dalla televisione e dalla pubblicità, che incessantemente ci ripetono i soliti concetti, le solite affermazioni, fino a farci credere che siano la verità.
Nel romanzo la genetica non è particolarmente evoluta a livello tecnico (il nostro presente è forse più avanti) ma è utilizzata in modo sistematico per creare gruppi di cloni (la tecnica immaginata è un’altra ma il risultato similare), esseri tutti con le medesime caratteristiche e quindi più armonici per lavorare assieme e meglio controllabili. Oggi si discute sull’eticità della manipolazione genetica e saremmo in grado di fare già molto di più dei Selezionatori del libro. Ci si chiede per quanto tempo reggerà il fragile argine che pone limiti alla tecnica e se saremo in grado di usare questa preziosa scienza per il bene dell’umanità e del pianeta e non per il controllo politico e il potere di pochi.
RITORNO AL MONDO NUOVO
Nell’edizione Mondadori de “Il mondo nuovo” che ho letto, il romanzo è stampato assieme a “Ritorno al mondo nuovo”. Non si tratta del seguito del romanzo ma di un saggio scritto dallo stesso Huxley nel 1958, a proposito della sua opera.
Interessante è l’analisi che ne fa a distanza di ventisette anni e una Guerra Mondiale. Siamo ormai in clima da Guerra Fredda, ci sono state le esperienze di Hitler, Mussolini, Stalin, Mao e le tecniche anticipate nel 1932 si sono sviluppate. Huxley vi affronta vari argomenti che erano alla base del romanzo.
Innanzitutto illustra come, secondo lui, la sovrappopolazione ci spingerà inevitabilmente verso un mondo soggetto a forti controlli centrali, per effetto della scarsità delle risorse e della necessità di gestire masse esorbitanti. Vede poi incombente il rischio che la Grande Impresa si intrometta nel governo della popolazione. Immagina che il totalitarismo possa dunque avere due facce, da una parte quella del Grande Governo, sui modelli nazista, stalinista o maoista, e dall’altra un mondo dominato dalle multinazionali o, come scrive lui, dalla Grande Impresa e non si può non pensare subito all’influenza delle società petrolifere sul governo del medioriente e persino degli Stati Uniti o all’attuale esperienza italiana, anche se lui non faceva alcun accenno ad una Grande Impresa che oltre al potere economico e politico disponesse addirittura anche di quello mediatico. Sotto il controllo dello Stato o dell’Impresa egli osserva che “radio e giornali continueranno a parlare di democrazia e di libertà, ma quelle due parole non avranno più senso.”
L’autore esamina poi le tecniche della propaganda, mostrando come questa si stesse già allora affinando e ne anticipa i recenti sviluppi, che sono sotto i nostri occhi.
Consiglia anche, utopisticamente, “ una legislazione che impedisca ai candidati politici di spendere oltre una determinata somma per le campagne elettorali e proibisca il ricorso alla propaganda di tipo antirazionale, vanificando l’intero processo democratico.”
Quale pubblicitario, commerciale o di partito, penserebbe mai al giorno d’oggi di fare una campagna che non sia emozionale piuttosto che razionale?
Un po’ meno attuali appaiono il capitolo sulle tecniche di lavaggio dei cervelli (tipici di uno stato violento e tirannico) e sulla persuasione chimica mediante l’uso di droghe.
Interessante l’analisi delle tecniche di persuasione hitleriane. Già il fuhrer aveva chiaro il concetto, ben noto al del marketing moderno, che “solo la ripetizione costante riuscirà alla fine ad imprimere un concetto nella memoria della folla”. Solo gli intellettuali paiono refrattari a questa insistenza e non si lasciano controllare e irreggimentare, infatti per Hitler “gli intellettuali si sbandano a destra e a manca, come galline sull’aia. Con loro non si può far storia; non possono servire come componenti di una comunità.”
Dunque si tratta, nel complesso di un volume che, in questi nostri tempi, faremmo bene a leggere tutti, se non altro per riflettere su quanto di quello che è stato previsto da Huxley sia già nel nostro mondo e quanto si stia per realizzare.
“Ho visto l’amore vicino da poterlo toccare” (Edizioni Simple) di Giovanni Frenda non è certo un metaromanzo ma, un po’ come un metaromanzo, è costruito come una matrjoska: una storia dentro un'altra storia.
Il titolo non inganna e il vero protagonista di questo snello libricino di 107 pagine è proprio l’amore.
Il personaggio principale è un certo Luca che durante un volo in aereo conosce una ragazza e ritrova con lei la scintilla dell’amore che aveva perso e di cui, a lei, parla raccontandole la sua strana vicenda di un amore nato da un equivoco sul destinatario di alcuni SMS e morto per un altro equivoco.
Storia dunque tutta moderna, in cui l’amore si avvale dei moderni sistemi di comunicazione, con tutti i loro pro e i loro contro. Storia di emozioni e di sentimenti. Storia di un forte bisogno di affetto (questa mi pare, infatti, la natura dell’amore qui descritto).
Storia scorrevole, piacevole e che si legge tutta d’un fiato, scritta da una penna (o forse dalla tastiera di un cellulare!) assai felice e sensibile.
Dello stesso autore l’editore Sovera Multimediale ha pubblicato anche la raccolta “Racconti del cuore”.
Sono curioso di poterlo vedere presto all’opera su un romanzo più articolato.
UNA POETESSA LIGURE
Ho conosciuto la poetessa genovese Gianna Maria Campanella nel Laboratorio di Scrittura di Liberodiscrivere, interessante fucina creativa, e ho poi avuto il piacere di averla tra gli autori dell’antologia da me curata “Ucronie per il terzo millennio” cui ha partecipato con un interpretazione allostorica del mito di Atlantide. In occasione delle presentazioni del libro ho anche avuto modo di incontrarla.
Era tempo che mi ripromettevo di leggere qualcosa di organico prodotto da quest’autrice di cui avevo letto già spesso alcuni versi nel citato Laboratorio. Ho così finalmente potuto leggere la silloge “Errante tra Amore, Eros e Thanatos” (Studio 64 Edizioni, casa connessa a Liberodiscrivere).
La raccolta è un succedersi di quadri in cui la luce pervade ogni cosa e esalta una grande abbondanza di colori (“vele nella luce bianca”, “in magico tappeto dai vividi colori”, “abbagliata da luce psichedelica di ipnotico sguardo in azzurrità liquefacente”, “al tenue chiarore della sera”, “calici iridescenti di fiori”, “e cerco tra gli stracci una reliquia di lume”, “azzurro di cielo ad aprire portali di luce” e così via).
L’atmosfera ha spesso il fascino dei sapori, dei luoghi e dei suoni antichi (“scosto il velo della portantina dorata e sorrido”, “al tavolo intarsiato”) o esotici (“sotto una tenda di foggia turca lo sguardo senza veli di una donna straniera”, “in questo tempo seminato in disperse carovane di cammelli gravidi”). Leggendo penso ai dipinti di Turner, con le sue luci permeanti, di Morris o dei pre-raffaelliti.
Trai versi che più mi hanno colpito quelli de “Il canto del ritorno”: “a raccogliermi pasta/ di pane in briciole/ nei palmi delle tue mani/ sfogliata su un letto/ raffazzonato di baci/ e di tocchi di orologi”; o quelli dell’intensissima “In resa di sfinimento estremo*”: La lezione che non ho mai voluto/ imparare dalla vita l’apprendo/ padre dalla tua resa infinta/ a un’agonia feroce”.
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Da thriller a storia d'amore, andata e ritorno
Devo innanzitutto complimentarmi per la scelta del titolo di questo romanzo di Lorenzo Fusoni “L’ombra del lupo”: lo trovo infatti assai attrattivo. Si aggiunga a ciò una copertina semplice ma bella, con questo ritratto di bambino in bianco e nero che evoca pensieri infantili e paure recondite e una quarta di copertina che incuriosisce con frasi come “L’OMBRA DEL LUPO, così si chiamava l’insieme di idee, pensieri e inquietudini che creavano in lui quell’estenuante stato d’angoscia: era questa un’immagine legata alla sua primissima infanzia…” o “Supponiamo che tutte le paure, le insicurezze e le angosce di una persona si incarnino in un’unica immagine. Certo sarebbe una visione terrificante.”
La voglia di leggere, a questo punto è tanta e siamo già pronti a calarci in un thriller psicologico angosciante e spaventoso.
L’incipit ci porta in questa direzione e qualcosa di questo c’è anche nel finale, in cui il soprannaturale ritrova il suo spazio. Dopo poche pagine il romanzo assume invece la fisionomia di una storia d’amore, una storia finita, in cui a farne le spese, come spesso accade, è una bambina. Una storia che un evento drammatico fa trasformare in un giallo, con tanto di investigatore e interrogatori, in cui le ragioni della morte di uno dei personaggi sono il vero mistero. E il giallo si tinge poi di nero, coperto dall’angosciante ombra del lupo, che, annunciata all’inizio del romanzo, torna a fare la sua parte nel finale.
Il libro è edito da “Edizioni Creativa”, che come altri piccoli editori sembra non essere tra quelli disposti o in grado di investire nell’editing, che infatti lascia piuttosto a desiderare, con refusi e ripetizioni di parole che si sarebbero facilmente potute evitare.
"Chi è la rockstar del 2009 per il mitico mensile Rolling Stone Italia? Bono? Lo scomparso Jackson? Certo che no: Silvio Berlusconi. Il mensile ogni dicembre incorona il personaggio che si è distinto nel corso dell'anno per il suo carattere e temperamento decisamente rock. Ed ecco qui la "sorpresa Silvio", che troneggia in copertina. "
Parlare di un capolavoro della letteratura mondiale di cui molti altri hanno scritto assai più autorevolmente del sottoscritto non è certo impresa facile e non avrò la presunzione di provarci. Mi voglio qui limitare solo ad alcune riflessioni personali sulla raccolta di racconti “Finzioni”di Jorge Luis Borges, che ho letto nella traduzione di Franco Lucentini per Einaudi.
Si tratta di un libro affascinante per la moltitudine di stimoli intellettuali che offre descrivendo numerosi libri “inesistenti”.
Quale autore nel leggere queste pagine non si sente tentato dal desiderio di scrivere almeno uno di questi libri ancora non scritti? Chi non vorrebbe, come si legge nel racconto “Le rovine circolari”, “sognare un uomo (…) sognarlo con minuziosa interezza e imporlo alla realtà”?
Di questo romanzo così particolare, nel quale l’autore si cimenta con la descrizione di libri immaginari, mi ha interessato, tra le altre cose, l’aspetto “ucronico” di alcuni racconti. Sebbene il libro non possa certo definirsi allostorico, vi ho colto alcuni riferimenti in tal senso. Innanzitutto l’aver immaginato dei libri di fantasia e i loro relativi autori inesistenti, collocandoli in uno spazio temporale reale, con precisi riferimenti storici e geografici, fa somigliare il processo creativo dell’autore a quello seguito dagli ucronici, con la differenza fondamentale che nessun interesse mostra Borges per la “trasformazione” della Storia, per la descrizione di presenti o passati divergenti.
Che Borges si avvicini (fino ad un certo punto) alla concezione ucronica del tempo si intuisce anche da quanto dice di uno dei suoi personaggi nel racconto “Il giardino dei sentieri che si biforcano”: “Credeva in infinite serie di tempo, in una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli. Questa trama di tempi che s’accostano, si biforcano, si tagliano o s’ignorano per secoli comprende tutte le possibilità. Nella maggior parte dei tempi noi non esistiamo; in alcuni esiste lei e io no; in altri io e non lei; in altri entrambi.” Non è questa una concezione ucronica del tempo?
Non per nulla il romanzo che, in questo stesso racconto ha scritto il personaggio Ts’ui Pên, è un “labirinto” di storie che si biforcano, di infinite possibili alternative. A qualcosa del genere avevo pensato anch’io scrivendo “Il Colombo divergente”: farne un romanzo in cui Cristoforo Colombo una volta scoprisse l’America ma non facesse ritorno, un’altra guidasse gli aztechi verso l’Africa, un’altra arrivasse in Giappone e così via per varie possibili storie, poi mi limitai a scrivere un romanzo in cui, imprigionato dagli aztechi, è costretto da questi a guidarli verso la Spagna. Un romanzo, “Il Colombo divergente”, che scoprii poi essere un’ucronia (ma che non avevo immaginato come tale scrivendolo).
Un altro processo in qualche modo “ucronico” che mi pare di scoprire in queste pagine è nel racconto “Pierre Menard, autore del Chisciotte” in cui il protagonista si propone di “produrre alcune pagine che coincidessero – parola per parola e riga per riga – con quelle di Miguel Cervantes”. Il protagonista voleva cioè arrivare a riscrivere un libro partendo da un diverso contesto storico, da un diverso autore e da tutte le possibili differenze che possono esistere tra un Pierre Menard e un Miguel Cervantes ma producendo la medesima opera. E cosa fa, invece, un autore ucronico? Riscrive il libro della Storia per produrre una nuova vicenda, un nuovo passato ed un nuovo presente. I due processi possono sembrare diversi ma è pur sempre “riscrittura” di qualcosa di esistente. Potremmo immaginare, ad esempio, un racconto ucronico che produca, nonostante tutte le possibili divergenze, un presente uguale a quello attuale. Quando l’ucronia segue un simile procedimento siamo nei pressi di un altro genere letterario, la fantascienza, con i suoi paradossali viaggi nel tempo, in cui una variazione del passato ci restituisce il medesimo presente da cui il protagonista è partito.
Cosa dire, poi, della “Enciclopedie immaginarie” cui più di una volta accenna Borges in questi racconti? Come potremmo pensare una simile Enciclopedia in cui la Storia non sia trattata almeno una volta come Ucronia? Come una simile Enciclopedia potrebbe non contenere almeno una vita alternativa di Cristoforo Colombo in cui il navigatore riporti indietro gli aztechi o in cui Giovanna D’Arco non muoia sul rogo (come ho immaginato nel mio “Giovanna e l’angelo”)?
"Si dice sempre che gli scrittori “minori” non hanno alcun supporto distributivo e promozionale e quindi nessuna speranza di emergere e farsi conoscere. Qualcuno dice che internet possa aiutare.
Ci sono catene di messaggi che si diffondo all’infinito. Mi sono detto allora che forse una catena potrebbe aiutare a far conoscere qualche autore ancora ingiustamente “poco noto”.
La catena è questa e funziona così: chiunque legga questo messaggio o post, può ritrasmetterlo per e-mail o pubblicarlo integralmente sul proprio blog o altri spazi web.
Accanto al nome di ciascun autore consigliato, tra parentesi, troverete il nome di chi questo autore consiglia. Aggiungeteci il vostro nome, se ritenete che quell’autore possa essere sostenuto. In ogni caso non cancellate dalla lista nessun nome, né degli autori, né di chi li ha sostenuti prima di voi. Se non conoscete un autore lasciate il suo nome in lista così com’è.
Se volete aggiungere un nuovo autore da segnalare, fatelo pure, aggiungendolo in fondo alla lista e, tra parentesi, mettete il vostro nome o il vostro nickname). Potete aggiungere tutti gli scrittori che volete (purché abbiate letto i loro libri!)
Quindi trasmettete il messaggio a quanta più gente potete e in tutti i modi possibili. Indicate all’ultima riga chi vi ha mandato il messaggio o dove l’avete letto."
Ogni tanto ho potuto leggere la lista su altri siti ma non sempre mi è stato possibile seguirne la vita.
Su aNobii, però c'è una discussionein cui la lista cresce in modo regolare, grazie alle segnalazioni che vengono fatte nella lista stessa, che ora si è molto allungata, sia come autori segnalati che come numero di "sponsor".
Forse perché ne sono stato il promotore o forse per altri motivi (spero letterari!) il mio nome è, al momento, il più segnalato.
Ecco dunque la lista (ordinata partendo dagli autori con maggiori segnalazioni):
Odoardo Beccari, chi era costui? Si tratta di un esploratore fiorentino, eppure non ricordo di essermi mai imbattuto, qui a Firenze, neppure in una via a lui dedicata. Cercando su Google Maps vedo che in Italia tre città gli hanno dedicato una via: Roma, Firenze e Genova. Forse un po’ poco per un illustre esploratore, botanico e naturalista quale è stato, però almeno la sua città natale una strada, vicino viale Europa, gliel’ha dedicata!
Io che vivo a Firenze (pur non essendo originario della città) devo confessare che non lo conoscevo, prima di leggerne nel libro di Paolo Ciampi “Gli occhi di Salgari”, Edizioni Polistampa. Lo stesso autore di questa bella biografia, però confessa di essersi stupito quando giunto nel Borneo, cercando tracce dell’amato Emilio Salgari, che tanto ha scritto di quelle terre, ha scoperto che nessuno conosceva lo scrittore genovese ma molti conoscevano l’esploratore fiorentino.
Essendo anche Ciampi cittadino di Firenze, è stato subito incuriosito da questo illustre concittadino, al punto da arrivare a scriverne questa biografia.
Libro che, come fa intuire il titolo, esamina Beccari spesso attraverso la lente dei romanzi salgariani. Questo perché, in effetti, i viaggi e le scoperte di quest’uomo furono, probabilmente, una delle più importanti fonti del fantasioso autore che ha creato Sandokan, Yanez e gli altri eroi della Malesia.
Ecco allora che Ciampi, con felice intuizione, ci guida in questo viaggio alla scoperta di Beccari, accompagnandosi con Emilio Salgari, il “falso Capitano” che raccontava di aver visitato mezzo mondo, senza aver mai lasciato l’Adriatico, ma che questo mondo aveva davvero conosciuto e visitato “ attraverso gli occhi” di esploratori della tempra del veronese, che senza la minima paura, si muoveva tra animali feroci e tagliatori di teste, che aveva imparato a conoscere e rispettare, al punto che la sola cosa che temesse veramente erano le malattie.
Beccari come Salgari, infatti, già nella metà del XIX secolo sanno insegnarci la dignità dei popoli ingiustamente considerati “primitivi”, la cui cultura, per quanto diversa e apparentemente riprovevole ai nostri occhi, ha comunque una sua morale, forse più spontanea della nostra.
Si è dunque cimentato Ciampi in questo enorme lavoro di ricostruzione non solo della biografia di un uomo che ha esplorato Borneo, Africa e Nuova Guinea, ma anche dei possibili collegamenti con la biografia e le fonti salgariane e delle biografie dei vari personaggi che a Beccari si accompagnano o che questi incontra. È una biografia ma è anche un viaggio per terre, popoli e ecosistemi esotici.
Ne esce fuori un volume godibilissimo, ben scritto, interessante e sempre appassionante come se fosse un vero romanzo. Del resto con una vita avventurosa come quella di Beccari, non c’è bisogno di inventar nulla per renderla più accattivante! Basta una penna felicissima, come quella di Ciampi, in grado di amalgamare bene questi elementi!
Che Paolo Ciampi fosse autore che, in fatto di scrittura, sappia il fatto suo, avevo avuto modo già di sperimentarlo poco tempo fa, leggendo un’altra sua biografia, questa volta un po’ più romanzata, quella di Beatrice di Pian degli Ontani, la poetessa estemporanea dell’Appennino toscano, letta nel volume intitolato semplicemente “Beatrice” di cui ho parlato qui.
Non mi pento, dunque – anzi - di aver segnalato Paolo Ciampi nell’elenco dei “Magnifici Sette” autori “poco noti ma degni di nota”.
Di Alessandro Bastasi avevo già parlato qui. Ho ora letto qui quest'intervista e mi fa piacere ricopiarla sul mio blog, anche come ringraziamento per esservi stato citato e per aver segnalato altri autori che ho avuto modo di apprezzare: la coppia Laura Costantini e Loredana Falcone nonché Sergio Paoli.
Benvenuto Alessandro su Liberidiscrivere. Presentati ai nostri lettori. I tuoi studi, la tua città, il tuo lavoro.
Sono nato a Treviso nel 1949, laureato a Padova in fisica. Già alla fine degli anni Sessanta mi venne la passione per il teatro, grazie a un professore di greco che si chiamava Tullio Zanier, ci tengo a ricordarlo perché era una persona davvero speciale. Poi sono entrato in una compagnia professionista con il grande Gino Cavalieri, il mio vero maestro, con il quale ho recitato Goldoni e altri autori veneti. Contemporaneamente mi sono dedicato anche al teatro politico e militante (erano gli anni Settanta!). Nel 1976 mi sono trasferito a Milano dove tuttora vivo, e qui ho iniziato a scrivere di cronache e argomenti teatrali su varie riviste, compresa Sipario. Professionalmente oggi mi occupo di ICT come amministratore delegato di una società del settore, saltuariamente però continuo a recitare sia in teatro (l’ultimo spettacolo è stato Il malato immaginario di Molière nel 2007) sia, grazie a un filmaker milanese, l’amico Luciano Sartirana, come attore cinematografico.
Come ti sei avvicinato alla scrittura? Sognavi fin da ragazzo di diventare scrittore? I tuoi genitori ti hanno cresciuto con il mito del posto fisso?
Ho cominciato a scrivere racconti attorno ai vent’anni, ma all’epoca non sognavo certo di diventare scrittore, pensavo piuttosto a quando avrei vinto il premio Nobel per la fisica o l’Oscar come attore! Scherzi a parte, essendo stato fin da ragazzo interessato all’espressione artistica e ai temi ad essa correlati, dai vent’anni in poi ho sempre scritto qualcosa, racconti, articoli, e nel 1995 un saggio per il movimento “Italia Democratica”, I mezzi di comunicazione di massa – antitrust e pluralismo. Sull’ultima domanda: i miei genitori sì, sognavano per me il posto fisso, ma dopo un’esperienza in una multinazionale durata quasi otto anni ho deciso che non era quella la strada più consona al mio carattere e alle mie aspettative.
Hai fatto teatro, classico e contempporaneo. Ami Pirandello, Moliere, Checov, Goldoni, Shakesperae? Quanto il tuo talento d’attore ti ha aiutato nella scrittura?
Amo tutti gli autori che hai citato, anche se i miei pilastri sono i grandi tragici greci. Nelle loro opere c’è già tutto quello che sarebbe poi stato scritto. Più che il mio opinabile talento d’attore penso siano state le messe in scena dei testi in cui ho recitato ad aiutarmi nella scrittura, soprattutto per ciò che riguarda la forma espressiva: il ritmo di una frase, i suoni che ne scaturiscono (quando scrivo rileggo sempre a voce alta), la cura dei dialoghi, che mi immagino sempre recitati da qualcuno. Per non parlare della costruzione dei personaggi, dei quali cerco spesso di vivere in prima persona, dentro di me, ogni sfumatura. Solo un decimo del personaggio poi viene trascritto nel romanzo, il resto deve trasparire, lo deve captare il lettore. E per arrivare a questo l’esercizio di cercare di vivere il personaggio “da attore” dentro di me prima di metterlo sulla carta mi è molto utile.
Parlaci del tuo debutto letterario, del percorso che hai fatto per arrivare alla pubblicazione. Hai qualche consiglio da dare ai giovani scrittori in cerca di editore?
Il percorso per arrivare alla pubblicazione è stato, come si può ben immaginare, molto lungo. All’inizio, del tutto ignaro dei meccanismi del mercato editoriale italiano, ho inviato il manoscritto alle maggiori case editrici italiane, le quali, gentilmente ma immancabilmente, mi hanno risposto con un rifiuto. Allora ho usato internet per rintracciare le case editrici di piccole dimensioni che, sulla base dei loro cataloghi, ritenevo più adatte a pubblicare il romanzo. E, miracolo!, ho ricevuto da queste innumerevoli lettere di plauso e di disponibilità a pubblicare, però con un “piccolo” vincolo: pagare! Con tutto il rispetto, sono stato io questa volta a declinare gli inviti. Finché ho ricevuto una mail della Zerounoundici Edizioni che mi proponeva la pubblicazione senza dover sborsare un euro. E il libro è uscito. Sulla base di questa esperienza il mio consiglio a chi cerca un editore è di armarsi di grande pazienza, di non smaniare dal desiderio di vedere il proprio libro sugli scaffali di casa propria e di qualche amico, di considerare bene il fatto che molte cosiddette case editrici sono in realtà delle “tipografie”, che una volta intascati i soldi lasciano all’autore ogni onere per promuovere e vendere la propria “creatura”. Consiglio inoltre di consultare con attenzione i cataloghi delle case editrici cui si propone la propria opera, di rispettarne le modalità di invio dei manoscritti, di presentare un testo editato e stampato con molta cura. Non è sicuramente tempo perso.
Quali sono gli scrittori che ti hanno più influenzato nel tuo percorso formativo? Parlaci degli echi che hanno lasciato in te.
Difficile farne un elenco. I classici, senza dubbio, che mi hanno lasciato il senso profondo della letteratura, che è quello di essere testimoni critici del proprio tempo. E poi molta letteratura del Novecento, Kafka, Pavese, Buzzati, Hemingway, gli autori della Beat Generation, per fare solo qualche esempio. Tra i contemporanei metterei sicuramente José Saramago e Antonio Tabucchi, che mi hanno insegnato a coniugare una letteratura di testimonianza con una ricerca su una forma espressiva che sia essa stessa sostanza di ciò che si vuole esprimere.
Parliamo adesso del tuo romanzo d’esordio “La fossa comune” un thriller politico ambientato nella Russia post-sovietica dei primi anni ’90. Perché hai scelto questo periodo storico? Che ricerche hai svolto? Hai avuto modo di visitare la Russia?
Ho scelto quel periodo storico perché c’ero. Voglio dire, per motivi di lavoro ha vissuto per lunghi periodi in Russia tra il 1990 e il 1994, quindi sono stato testimone diretto degli avvenimenti epocali che stavano radicalmente trasformando quel paese, trascinandolo dall’URSS alla Russia post-comunista di Eltzin. Ben consapevole della portata storica di ciò cui stavo assistendo (e in certa misura partecipandovi, dal momento che lavoravo a contatto con ricercatori di vari istituti universitari), giorno per giorno mi annotavo su un diario tutto quello che stava accadendo, sul piano politico, sociale ed economico. Non avevo ancora uno scopo molto chiaro, pensavo che forse ne avrei fatto un saggio, una cronaca, qualcosa… Invece ne è uscito il romanzo. Il mio primo romanzo. A un certo punto ho sentito infatti l’esigenza di analizzare l’impatto di questa rivoluzione su un ex sessantottino, personificato, nel libro, dal protagonista Vittorio Ronca.
Vittorio Ronca è un po’ un emblema di una generazione di transizione, una generazione che ha visto i propri ideali calpestati, i propri sogni infranti. Ti senti parte di questa generazione?
Senza dubbio. Lo scenario della vita di Vittorio Ronca è lo scenario in cui anch’io sono vissuto, e penso che leggendo il libro lo si percepisca. Non è comunque un romanzo autobiografico, infatti io non ho mai partecipato a un attentato al Eltzin… J Diciamo che Vittorio è la summa di caratteri che ho effettivamente incontrato nella mia vita, dall’attore di Grotowski che cerca l’Istante Assoluto al di fuori della storia degli storici, fino al terrorista che con il suo gesto vuole liberare l’umanità dalle sue catene. Informazioni sul romanzo si possono acquisire andando su http://lafossacomune.blogspot.com.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Sto leggendo l’ultimo libro di Antonio Tabucchi, Il tempo invecchia in fretta
Stai cercando un editore per il tuo nuovo romanzo “Gabbia Criminale”. Ci sono offerte? Vuoi parlarci un po’ del romanzo? E’ un noir ?
La gabbia criminale è un noir, anche se molto sui generis: c’è un delitto, anzi un duplice delitto, c’è un colpevole già processato e condannato nel 1954. Ma quando Alberto Sartini, un uomo di sessantaquattro anni in pensione, nel 2009 torna nella casa in cui ha vissuto i suoi primi nove anni di vita, i personaggi di quella lontana vicenda cominciano a penetrare nella sua mente, chiedendo a lui di risolvere definitivamente il giallo di tanti anni prima, fino ad arrivare all’inaspettata soluzione. L’idea di fondo è di comporre il mosaico di un contesto sociale appartenente a tempi non così lontani come potrebbe sembrare. Forse un aspetto interessante del romanzo è lo stile, che segue la scelta di sovrapporre continuamente il passato (primi anni Cinquanta) al presente: le vicende del passato sono raccontate come se si stessero tuttora svolgendo. Per arrivare a questo, dopo aver introdotto nella narrazione il ricordo, abbandono il tempo verbale passato per raccontare i fatti al presente, come se il protagonista/narratore li vivesse in quel momento. Ciò mi sembra possa rendere il racconto più coinvolgente, e nello stesso tempo suggerire l'idea che l'oggi, per tanti versi, è uguale a ieri. Altre informazioni sono reperibili sul blog dedicato: http://lagabbiacriminale.blogspot.com.
Per questo romanzo sto cercando un editore adatto. Uno di questi mi ha già risposto, dimostrando il suo interesse e allegando anche una scheda di valutazione molto positiva. Ma, come dicevo sopra, non bisogna essere impazienti.
Hai un agente letterario? Pensi che nell’editoria Italiana questa figura sia ancora un po’ defilata?
Non ho un vero e proprio agente letterario, piuttosto una consulente editoriale che mi ha dato e mi sta dando una serie di dritte su come muovermi in questa giungla, mi segnala delle opportunità, mi suggerisce degli editori possibili. E’ la stessa persona che ha creato il book-trailer de La fossa comune, che si può vedere su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=pTsjK_P85mQ. Agenti letterari nel vero senso della parola non ne conosco, forse sono figure un po’ defilate, sì, quindi sospendo qualunque giudizio.
Stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa?
Per la verità ne sto “pensando” più d’uno, e sto scrivendo appunti sparsi un po’ dovunque… il primo di questi è un po’ il sequel de La gabbia criminale, con i medesimi personaggi (almeno quelli viventi) e altri ancora che si accaniscono contro la madre e la sorella del protagonista Alberto Sartini. Ma non posso dire altro per non rovinare la sorpresa ai lettori de La gabbia criminale. Un altro romanzo invece ha come idea di fondo l’inquietudine di un uomo d’affari occidentale, già avanti con gli anni, nel suo confronto con il senso ultimo della vita, e l’incontro di questo personaggio con la via induista al samsara, con tutti i problemi pratici e affettivi che ciò gli comporta. Va detto che sono un appassionato di cultura indiana, su cui ho condotto studi approfonditi grazie anche ai sette viaggi che nel corso degli anni mi hanno portato in India.
Ci sono autori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?
Ce ne sono parecchi, ma mi piace qui citarne un paio: Alessio Pracanica con il suo Racconti dell'età del rap e Sergio Paoli con il suo Ladro di sogni, Ci sono poi degli autori che non è corretto definire esordienti, ma che sono poco noti al grande pubblico a causa dei meccanismi perversi del mercato editoriale in Italia. Tra questi mi preme segnalare Carlo Menzinger con i suoi romanzi ucronici, e il duo Laura Costantini e Loredana Falcone, “l'unico esempio esistente (fatti salvi Fruttero e Lucentini) di coppia di fatto di scrittrici.”
Ti piacerebbe scrivere per il teatro?
Sì, certo mi piacerebbe, anche se non so se ne sarei davvero capace. Ho scritto qualcosa nel passato, ma sono cose che non hanno convinto prima di tutto me stesso. E poi per scrivere per il teatro bisogna viverlo giorno per giorno, secondo me, respirarne l’aria, catturarne gli elementi: i suoni, i materiali, le luci e le ombre, i corpi. Il teatro è fatto di questo, procede per accostamenti analogici e simbolici, e il testo è soltanto uno degli ingredienti, è soprattutto un supporto. Almeno, io la penso così. Temo quindi che, se mi cimentassi, produrrei un testo molto più letterario che teatrale. Comunque, mai dire mai!
Scrive di sé Simonetta Bumbi nella sua biografia in fondo al volume “iostoconletartarughe” (Edizioni Smasher):
“non ama le maiuscole, fanno la differenza fra tutto, specialmente tra le persone, ma le usa quando scrive di Lui, e di pochissime altre cose (diciamo che si violenta per farlo), per rispetto, poi verso chi, ancora non lo ha capito, forse la grammatica, anche se è romana de core e de fatti.”
Per leggere questo volume occorre dunque innanzitutto svuotare il cervello dalle convenzioni grammaticali e sapere che si sta per aprire uno scrigno che cela un’anima che si offre nuda alla vista dei lettori, priva persino di ogni orpello grammaticale, siano questi le maiuscole o anche le virgole e i punti, che Simonetta, pardon simonetta, distribuisce come un contadino che semini un campo.
Per dare un’idea del suo concetto di punteggiatura, riporterò un altro brano, in cui lei stessa ci parla del suo rapporto con la virgola (di cui avevo scritto qui):
“(…) mi va, bene tutto.
Ecco, per esempio, ho scritto: mi va bene tutto, però ci ho messo una virgola, dopo il mi va, ed è questo, che fa la differenza. io ce l’ho messa, ma mica perché avevo intenzione di evidenziare qualcosa, no, l’ho fatto, così, d’istinto. È dopo, che rifletto, e sorrido.”
Qualcuno potrebbe pensare che Simonetta (scusami, simy, la maiuscola, ma proprio non riesco a farne a meno!) non sappia usare la punteggiatura, ma non è così e io posso dirlo, perché abbiamo scritto assieme oltre alla storia in versi “Cybernetic Love”, pubblicata nel volume “Parole nel web" (Edizioni Liberodiscrivere), anche il romanzo “Il Settimo Plenilunio” e di virgole e punti abbiamo discusso a lungo. Allora, qualcun’altro dirà, lo fa “per posa”. Io non credo che neanche questa sia la risposta, perché Simonetta è veramente naturale e spontanea e se scrive così è perché le importa di dire le cose ma non come vengano dette.
Si può allora immaginare che questo volume sia piatto e scialbo, ma ci si sbaglierebbe di nuovo, perché oltre alla ricchezza di sentimenti, che sono la sua vera anima, questo libro non è privo di immagini suggestive, di accostamenti arditi e fantasiosi (eppure che sono – o appaiono – spontanei).
Penso a frasi come “ho un rospo in gola e non basterà baciarlo per trasformarlo in un principe azzurro” o “le porte non hanno più l’impianto pneumatico che funzioni (… omissis…) all’improvviso mi manca l’aria, ma non sono pneumatica: è solo un attacco di panico” o “sorrido, a quell’eppure che mi pigia, e lascio che i miei fianchi, siano uva”.
E non mancano momenti delicati come “il contrasto che si crea con l’interno del mio corpo, è piacevole, è come il filo d’erba ricoperto di brina, se lo tocchi si spezza, inturgidito dal gelo, ma se lo lasci al destino, il primo raggio di sole compirà il suo quotidiano miracolo. e sarà più forte e verde di prima”.
Ovviamente la punteggiatura è proprio così!
Ma cos’è questo libro? Non è né un romanzo, né una raccolta di racconti, né una silloge di poesie. È, invece, qualcosa di nuovo e moderno: un diario. Nuovo? Cosa ci sarà di moderno in un diario?
C’è di nuovo che nasce da un blog. Per i pochi che ancora non lo sanno il blog, almeno nella sua concezione originaria, dovrebbe essere un “diario su internet”. Simonetta Bumbi ha dunque scritto il suo diario, le sue riflessioni, i suoi dolori, le sue rabbie, i suoi vuoti e la sua vita sulle pagine di http://iostoconletartarughe.splinder.com e poi, un giorno, ha trovato un editore che queste pagine on-line ha deciso di stamparle su carta, facendone il diario della sua battaglia con la vita. Un libro intenso, in cui osserviamo una donna donarsi con la sua consueta generosità ai lettori che vogliano scoprirla.
Nel frattempo però, come annunciavo qui il 15 Luglio, sono riuscito a riscrivere un nuovo sito, più moderno del precedente, grazie al più efficiente software messo a disposizione da Google.
Non sono certo un lettore appassionato di Fantasy, ma qualcosa del genere l’ho letto e se mi si chiedesse quali siano i principali autori fantasy, credo che risponderei: Rowlings, Tolkien e Lewis. Conosco tropo poco Brooks per valutarlo. Non amo mai fare classifiche, ma fra questi tre grandi, credo che i primi due abbiano un discreto vantaggio sul terzo.
C.S. Lewis è l’autore dei sette romanzi che formano la saga “Le Cronache di Narnia” (che ho recentemente finito di leggere nell’edizione Mondadori che tutti li riunisce).
Il motivo principale percui considero questa saga inferiore a quella del Signore degli Anelli di Tolkien o di Harry Potter della Rowlings è, soprattutto, la mancanza di unità spazio-temporale e la discontinuità nella presenza dei personaggi.
Lewis, come Tolkien, attinge ad ampie mani nella mitologia nordica, popolando i suoi libri di nani, centauri, driadi, satiri e altre creature mitiche tipiche del fantasy, a queste affianca numerosi animali parlanti.
La caratteristica di questo ciclo è quella di voler descrivere, per il tramite del fantasy, una sorta di metafora del cristianesimo, dove il Leone Aslan è Dio e la sua personificazione terrena, Cristo.
La mancanza di unitarietà della saga non è dunque nell’intento descrittivo, né nella morale o nel messaggio generale ma nella presunzione di voler descrivere una sorta di storia dell’Universo (seppure quello del mondo immaginario di Narnia), abbracciando secoli e millenni con “solo” sette romanzi e 1153 pagine (nell’edizione che ho letto).
Non che la cosa sarebbe impossibile, ma il risultato è che, sebbene i ragazzini protagonisti delle storie abbiano il dono di muoversi in un tempo (il nostro) che scorre assai diversamente da quello di Narnia, quando arrivano in questa terra magica la trovano ogni volta profondamente mutata, essendo ogni volta passati secoli o ere. Non solo: il grande Aslan non consente loro di tornare dopo che hanno compiuto una certa età, per cui troviamo i quattro fratelli Pevensie assieme solo ne “Il leone, la strega e l’armadio”. Saranno solo in due ne “Il principe Caspian” e non ci saranno negli altri romanzi.
Allo stesso modo troviamo il citato Caspian nel libro omonimo ancora ragazzino, ragazzo nel viaggio del veliero e ormai vecchio, e con ruolo secondario, ne “la sedia d’argento”.
Capirete quindi come il lettore, trovandosi ogni volta in epoche diverse, in un mondo ormai mutato e accompagnato sempre da diversi protagonisti, assai più difficilmente che in altre saghe riesca ad appassionarsi alle vicende e a sentirsi spinto a proseguire nella lettura da un romanzo all’altro.
Nell’esaminare la saga di Harry Potter, avevo individuato le seguenti caratteristiche, che rendevano, secondo il mio modesto e opinabile parere, quel ciclo piacevole alla lettura e degno di successo:
·trama e strutturazione;
·ambientazione costante;
·ripetitività e ritualità;
·magia come estraneamento dalla realtà;
·mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia;
·amicizia;
·lotta tra Bene e Male;
·tanti nemici, grandi e piccoli;
·competizione;
·un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale;
Più propriamente li vorrei ora riesaminare per questa saga, che se non altro ha in comune con quella della Rowlings di essere composta da uno stesso numero di volumi, di vedere dei ragazzi come protagonisti e il fatto che questi si spostino da un mondo “reale” a uno di fantasia.
Trama e strutturazione: Harry Potter (d’ora in poi HP) presenta una trama unitaria, in cui ogni romanzo è un episodio con una propria vicenda ma che si inserisce nella trama generale. Lo stesso vale per il Signore degli Anelli (di seguito SdA). Le Cronache di Narnia (di seguito CdN) invece, pur descrivendo la Storia di Narnia, sono, appunto, solo “cronache”, descrizioni di singoli episodi, tra loro piuttosto indipendenti. Alcuni romanzi, si pensi ad esempio al “viaggio del veliero” contengono al loro interno singole avventure, alquanto autonome tra loro. La struttura delle CdN appare dunque assai più irregolare.
Ambientazione: in HP l’ambiente è quasi sempre lo stesso, la scuola di Hogwart (un mondo dunque molto ristretto) e nel SdA la Terra di Mezzo fa da sfondo alle vicende e non muta sostanzialmente d’aspetto. Nelle CdN vediamo (“Il nipote del mago”) una Narnia primigenia, simile ad un Universo vuoto, poi una Narnia polare dominata dalla Strega Bianca (“Il leone, la strega e l’armadio”), una Narnia medievale (“Il ragazzo e il cavallo”), una Narnia di mare (“Il viaggio del veliero”). I cambiamenti si seguono bene perché hanno una loro logica, ma sono comunque disorientanti in quanto tali.
Ripetitività e ritualità: in HP ogni romanzo segue sempre lo stesso ordine degli eventi, quelli di un anno scolastico. Nelle CdN, il fatto che il Tempo sia un concetto “vago e mutevole” priva la storia di un qualsiasi ritmo narrativo, scandito dal ricorrere degli eventi.
Magia come estraneamento dalla realtà: i protagonisti delle CdN si trovano a Narnia per i motivi più vari, spesso per caso. In loro non c’è il desiderio di fuggire da un mondo reale insoddisfacente o spiacevole. Spesso vanno lì perché chiamati, per realizzare una missione.
Mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia: se questo potrebbe essere vero per HP, le CdN, scritte oltre un secolo prima, esprimono una diversa concezione della realtà e, soprattutto, vogliono rappresentare la Magia come manifestazione del divino e non come rappresentazione atea del meraviglioso. Una certa schizofrenia c’è comunque anche nei personaggi delle CdN, dato che anch’essi mutano totalmente vita (e persino capacità) arrivando a Narnia.
Amicizia: non manca nelle CdN la descrizione dell’amicizia, ma somiglia troppo al cameratismo, alla fedeltà verso il prossimo, per far sì che il lettore moderno ci si ritrovi, come può invece fare un ragazzo di quest’inizio di terzo millennio in un romanzo di HP. Spesso poi i protagonisti sono tra loro legati più da parentele che da amicizia.
Lotta tra Bene e Male: se questo conflitto è pressoché immancabile nel fantasy, la mancanza di manicheismo assoluto in HP lo rende più moderno e leggibile (ad es. Piton è veramente malvagio?). Nelle CdN si ammette che anche il Diavolo (le Streghe e gli altri malvagi) è manifestazione del divino (ovvero di Aslan), ma sempre vince il Bene, per il quale l’autore esplicitamente parteggia.
Tanti nemici, grandi e piccoli: qui i nemici solo a volte (vedi la Strega Bianca) sembrano giganteggiare, ma quasi sempre appaiono troppo piccoli e deboli, di fronte all’onnipotenza di Aslan, senza il cui volere nulla si compie. Questo rende le vicende più scontate e prevedibili e allenta la tensione narrativa. Una vera lotta vuole il confronto tra pari o casomai un cattivo (tipo Voldermont) apparentemente più forte dell'eroe.
Competizione: qui c’è guerra, gelosia, ma poca competizione diretta tra pari.
Un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale: HP è un personaggio che si sente decisamente maltrattato e debole nel mondo reale e che si scopre sempre più forte nel mondo fantastico. I protagonisti delle CdN sono spesso dei ragazzini normali ma che nel mondo immaginario si comportano come adulti (o quasi) e che, anzi, hanno doti eroiche e persino qualche potere magico. Il contrasto, però è meno marcato che in HP.
Spettacolarità: HP è stato certo pensato da chi ben conosceva le potenzialità del cinema e degli effetti speciali dell’elettronica del XXI secolo. Anche nelle CdN ci sono battaglie spettacolari e grandi paesaggi “multicolor” ma il desiderio di “spettacolarità” negli anni ’50 del secolo scorso doveva essere certo inferiore al nostro.
Ho visto i due film recentemente realizzati sui romanzi “Il leone, la strega, l’armadio” e “il Principe Caspian” e sono indubbiamente spettacolari. Non altrettanto si può dire dei telefilm realizzati negli anni ’80 dalla BBC con attori mascherati da peluche parlanti!
Mistero e suspance: non ci sono grandi misteri da scoprire, anche se, certo, siamo curiosi di sapere dove arriverà il Veliero guidato da Caspian o che fine faranno, ad esempio, Shasta e il suo cavallo parlante o se Aslan interverrà nella prossima battaglia, ma questo poco ha a che fare con il senso di mistero del giallo o del “mistery”.
Paura: difficile spaventarsi davanti alla Strega Bianca o al malvagio zio di Caspian.
Avventura: la sostanza di questi libri è proprio l’avventura, per terra, per mare e talora per cielo.
Iniziazione e crescita verso l’età adulta: sono libri che vogliono essere, credo, di iniziazione, anche verso i lettori, ad una Fede vera e forte. Sono comunque storie in cui i protagonisti imparano spesso a diventare grandi e migliori. Si pensi a Edmund che tradisce i propri fratelli ma poi si pente e comprende il proprio errore, a suo cugino Eustachio, che cessa di essere antipatico solo dopo essersi mutato in drago.
Morte: i morti non mancano. Persino Aslan muore ma poi risorge. La Strega Bianca pare morta ma, anch’essa, rischia di risorgere. La morte appare sui campi di battaglia ma è sempre lieve e talora non definitiva. Non si vede la vera Morte, quella con la M maiuscola, quella con cui si deve convivere e con cui ci si confronta giorno per giorno.
Spero, dunque, di aver chiarito perché considero questo ciclo uno dei più importanti del fantasy ma non il migliore.